Senza titolo
Mariarita mangia le ciliegie come un ruminante. Le spolpa con i denti, le labbra, muovendo le guance, fino a che non sente il nocciolo, che sputa poi nel piatto; i noccioli li accantona al bordo, mentre i piccioli li conserva in mano, impilati, e poi li butta tutti in una volta nel bidone dell’umido.
I secchi dell’immondizia sotto alla finestra sono quattro: uno per la plastica, uno per il vetro, uno per la carta e uno per l’indifferenziato. Quello dell’umido è sotto il lavello della cucina, in uno sportellino, per non far uscire la puzza in tutta la casa, che poi è una stanza sola, un rettangolo di venticinque metri quadri con angolo cottura, divano letto, la porta del bagno, un armadio a muro con le ante scorrevoli e un ripostiglio mansardato, alto meno di un metro; tutta la casa in realtà è un sottotetto.
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L’anno che verrà
Se c’è una cosa che ho imparato dal 2012 e che mi porterò dietro nel 2013 è la scoperta della gioia della preparazione, in tutti i sensi.
Mai come quest’anno, l’anno che sta arrivando tra un anno passerà, io mi sto preparando: è questa la novità.
Buon 2013 a tutti.
Novantasei
Oggi è il compleanno della nonna da cui ho preso il nome. Abbiamo anche la stessa bocca.
Ne fa 96, è nata nel 1916, quando c’era ancora il bianco e nero.
L’ho chiamata al telefono, sente poco, quindi ero in strada sotto l’ufficio ad urlare.
Di solito, quando la chiamo, da diversi anni, si lamenta molto: acciacchi, dolori, vede poco, sente male, non può mangiare tutto il fritto che vorrebbe, abita da sola perché non può farne a meno e quindi mi elenca tutte queste cose, poi mi dice che a Casacalenda piove o c’è bel tempo o, se è inverno, che le dispiace perché non può affacciarsi al balcone per vedere la gente che passa. Dopo, verso la fine, mi chiede quando torno a casa, si lamenta anche perché non ci sono mai.
Ma.
Solo quando la chiamo per il suo compleanno, alla fine, dopo che le ho fatto gli auguri mi dice: «Sono…» e ci mette il numero preciso, lo fa durare tutti i momenti belli e brutti, tutti gli acciacchi e le carezze e poi aggiunge: «…mica uno!» e un po’ ride, un po’ no, difficile dirlo con certezza, a me pare sempre che rida per quell’attimo in cui ne ha mica solo uno e riavvolge il nastro. Così sembra sempre felice al telefono di compiere gli anni, perché tutti ci ricordiamo di prendere il telefono e urlare in strada tanti auguri.
E anche in questo, in questo vezzo egocentrico che dura 24 ore, io e lei siamo uguali.
Nella mia famiglia sì. Eccome.
Io non ho mai capito perché poi uno non dovesse parlare di politica a tavola.
Come se la politica fosse una roba di cui vergognarsi.
Ah ecco. Forse era questo.
Da quando sono grande per votare, quindi dal 2001, ho avuto poca fortuna: la mia prima stagione da elettore è stata un po’ triste, devo ammetterlo. Sempre in bilico, maggioranze risicate, indebolimento della politica – ieri Vendola ha detto che la politica è tornata a essere una cosa nobile, fino all’altro ieri non lo era, ha ragione secondo me – e io, dentro di me, aspettavo quel momento per cui ero stata cresciuta, un momento preciso in cui potevo sentirmi orgogliosa di appartenere a una parte politica di centrosinistra, una me seminale, piantata con racconti di stagioni meravigliose e sagge, con lotte importanti e futuri speranzosi.
Ogni tanto, dal 2001 a oggi, quel seme rimasto lì senza prendere acqua né sole mi ha anche dato fastidio, mi ha fatto sentire a disagio, mi ha fatto domandare se fosse colpa mia, colpa della politica, colpa della politica a tavola.
Niente di tutto questo, immagino.
Doveva finire, prima o poi.
O meglio: doveva ricominciare, prima o poi.
Ognuno ha le famiglie che si merita: io devo esser stata particolarmente meritevole, perché nel 1992 mi veniva spiegato cosa era Tangentopoli, quel che stava accadendo in Sicilia. Avevo solo dieci anni, ma sentivo spesso dire di me che ero piccola, non stupida e quel che avevo da chiedere, potevo chiederlo; avevo a disposizione La Repubblica e L’Unità ogni giorno a ogni ora del giorno e se facevo una domanda o se mi usciva una aberrazione, a tavola, tra un pezzo di pane e l’altro, ricevevo le risposte o i rimproveri che meritavo.
È una educazione faziosa, sì, come ogni scelta, e anche molto passionale. E non sono vissuta in provincia di Modena, ci tengo a dirlo, ma in provincia di Campobasso, che pare quasi una cosa anormale, in un Sud che – questo lo ha detto Bersani ieri – soffre un po’ di più degli altri e che qualcuno considera malamente, con parole che mi fanno sanguinare le orecchie.
Una delle cose di cui vado fiera, riguardo alla mia educazione che ho coltivato al Sud, con la esse maiuscola, che ho cercato di conservare e portare avanti nonostante la stagione politica che ho vissuto al Nord, con la enne maiuscola, e che ho scelto di non buttare, quando si è trattato di diventare grande, è stata la possibilità di avere degli strumenti per capire, indagare e non rinunciare, trovare il buono scavando a fondo, nelle persone, negli amministratori e nei politici e che la politica a un certo punto sarebbe ritornata a essere una passione nobile.
Forse è successo ieri, forse deve ancora pienamente succedere, ma ogni volta che mi trovo a dover votare, che c’è tanta gente che lo fa, nonostante le file, con le stampelle, con le sedie da casa e gli occhi brillanti, che ci pensa su e soffre per aspettare i risultati, come una cosa di cui non vergognarsi (più), ecco: oggi respiro sempre un po’ meglio, anche se è lunedì, mi sembra che ci possa essere qualcosa di buono, a patto che ci mettiamo anche noi un po’ più di impegno – è ora, è giusto - noi che votiamo dal 2001 o giù di lì.
È come liberarsi dal Mondiale ’82, in qualche modo.
Senza titolo
La cosa che ho imparato con sicurezza negli ultimi due anni è che da soli le cose non vengono mai perfettamente bene – a meno di essere dei one man band formidabili con mille e una doti, ma non è il mio caso.
Qualche settimana fa la centoventotto rossa ha compiuto due anni: il fatto non vuole dire nulla nello specifico, tranne che, forse, è arrivato il momento di dirle arrivederci: non addio, perché non si può, ma arrivederci sì. Con convinzione e l’ultimo giro in macchina insieme che sarà venerdì 9 a Milano al Circolo Arci Simonetta, alle 21.30. Ci saranno anche delle copie speciali su cui ha disegnato apposta tostoini.
Però, visto che è un arrivederci, faccio anche questa cosa che fanno a Sanremo dopo la premiazione del vincitore: ringrazio uno a uno tutti quelli che hanno voluto questo libro (sono 437), che si sono presi la briga di commentarlo e di dirmi cosa proprio non andasse bene e cosa invece è bellissimo: in questi due anni mi è servito molto pensare a queste cose, sia per tornare indietro e credere di non essere minimamente capace, sia per guardare avanti e constatare che, invece, non è esattamente così.
Poi ringrazio tutti i lettori che mi hanno accompagnato nei vari reading, c’è un posto qui, in basso a destra, in cui dovreste esserci tutti.
Infine grazie a tostoini, che mi ha regalato una copertina orizzontale – e già questo è un fatto eccezionale – e è stata la madrina di questa macchinina di carta.
Casa del Disco di Faenza, 22.10.2010 ( Foto di Silvia Canini )
Qui è dove abbiamo cominciato.
Due anni sono pochi, due anni nella vita di una persona sono davvero pochi; a me, però, in questi due anni è successo di tutto.
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spellicolaggini 2011
È un ebook gratuito. Si scarica qui.
Sono raccontini di film: se vuoi qualche assaggio clicca qui.
produzioni
- racconti || prospektiva
- tu scatti io scrivo
- spellicolaggini
c'è anche la prima raccolta - io scrivo, gente legge
- on my hotel tv
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Barabbista e me ne vanto
Ogni tanto scrivo su Barabba che è un blog collettivo, il mio nome di battaglia è osvaldo.
gente scrive, io leggo
la internèt che conta
It seems you can write a minimalist piece without much bleeding.
And you can.
But not a good one.
(David Foster Wallace)



